I nonni, ‘genitori con lo zucchero’: spesso si legge e si ascolta questa definizione riferita ai genitori dei genitori. Per loro è stata istituita, con la legge 159 del 31 luglio 2005, la festività civile della Festa dei Nonni, che ricorre il 2 ottobre di ogni anno.
Oggi, in una società sempre più veloce e dedita a relazioni interpersonali costruite attraverso uno schermo, dove un contatto reale intimorisce e allontana, questo albo fa appello a una delle relazioni più forti e costruttive che un giovane essere umano possa intrattenere dalla propria nascita: quello con i propri nonni.
Non diciamo mai abbastanza: Ti voglio bene.
Sono magiche, quelle parole,
non potranno mai essere dimenticate.
Per i prossimi cento anni me lo devo ricordare.
Ecco un’altra cosa che mi hai insegnato, nonno.
Testo di di Gilles Baum e illustrazioni di Barroux, pubblicato nel 2021, Mio nonno sta svanendo propone una storia che, a dispetto dell’età di lettura (suggerito dai 3 anni in su), si presta a qualunque adulto ricordi con nitidezza pomeriggi trascorsi a guardare western con i propri nonni, passeggiate condite di racconti sul passato e insegnamenti che saranno le fondamenta su cui resistere, nei momenti apparentemente incurabili.

È un nonno che svanisce a poco a poco, quello che ci viene raccontato dal nipotino che passa a trovarlo; ed è dai suoi stessi occhi che vediamo i contorni fisici farsi evanescenti, il viso quasi impalpabile anche allungando la mano. La storia di tanti bambini e tanti nonni, dove i primi fanno i conti con una separazione mentale prima ancora che fisica, in cui il filo che tiene uniti un bambino e un vecchio, l’alba e il tramonto della vita, comincia a farsi sempre più sottile; fragile come la memoria del nonno che poco a poco lascia il posto a una prateria vasta dove ogni arbusto è da ripiantare, ogni episodio passato da ricostruire lentamente, pazientemente, ogni volta ricominciando daccapo, e ogni volta della sola durata di un battito d’ali.
Il percorso dell’essere umano è qui trattato con la delicata perifrasi di un eterno cerchio, unito ai suoi antipodi da una memoria primaverile, fertile e ansiosa di riempire l’erba di nuove orme; e una all’autunno naturale della vita, marcato anche nei colori caldi e terragni dell’albo, in cui la terra accoglie foglie arancioni che, dopo mille circonvoluzioni, atterra. Realtà e immaginazione non attecchiscono su questi confini così labili: in un pomeriggio di visita ci sono polverosi canyon da attraversare e pellerossa da rincorrere; svarioni in cui, nella memoria ormai fragile come carta velina, un nipote e un fratello perduto in guerra si confondono.

L’immaginazione di un bambino che, nonostante tutto, non è scalfita dal dramma di una malattia che si porta via due volte una persona, colpendola nella coscienza e annientandone l’identità, non potendo più appellarsi alla propria storia, calpestando un terreno non più verde ma lento, impastoiato di vuoti e strade senza ritorno.







