L’insostenibile meraviglia del fuori città: Ravalle, progetti sociali, cinema teatro e barca sul Po

by Giorgia Pizzirani | 13 Set 2026 | Non Libro

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Si esce di casa lasciando aperta la porta. La serratura sarebbe inutile: da rubare ci sono solo paesaggi mozzafiato all’alba e al tramonto, impressioni che da settembre si propagano lungo tutti e dodici i mesi, e un silenzio che invita alla contemplazione.
Non ci troviamo a Ine no Funaya, pittoresco villaggio di pescatori nella prefettura di Tokyo, né a Shani Shinganapur, in cui case ed edifici pubblici non sono dotati di porte né chiavi; ma in un punto panoramico del Po particolarmente suggestivo, raggiungibile attraverso la ciclabile FE20.

Ravalle, piccola frazione rurale di Ferrara, dista circa 80 km dalla foce del mitologico Eridano e raggiungerla fa già capire quanto a volte cogliere la bellezza valgano una biciclettata e una scelta di vita controcorrente, che è oggi in rimonta.
Qui il rapporto con la campagna è quotidiano, simbiotico rispetto ai suoi trecento e poco più abitanti, tra cui si contano Franco Ferioli e suo figlio, che in via Carlo Martelli hanno stabilito la propria residenza. Un uomo di sessantaquattro anni e un ragazzo di venti, un padre e un figlio scappati dalla città – Ferrara – per ripensare a una idea non solo di abitazione ma di ricostruzione di una comunità; in una divario inevitabile – centro vs. periferia – non paragonabile al binomio Paradiso vs. Inferno ma che innesca domande e pretende risposte allo stesso modo. 

 

Dettaglio della vista sul Po dal barcone di Flavio

 

“Una scommessa, da parte nostra” – spiega Franco, per tutti e da una vita semplicemente Frankie. “Ravalle era nata per essere una fuga durante il momento pandemico; è diventata casa, e non credo torneremo mai indietro. In un piccolo centro come questo recuperi aspetti umani e sociali. Un esempio tra tutti? Si lascia la porta di casa aperta, come nei villaggi di pescatori del Brasile profondo.
Qui prevale una logica del vicinato, anziani che sono risorse e non una croce; un terreno fertile con le loro esperienze e il loro passato, non un fardello da caricarsi sulle spalle. La ricchezza delle frazioni riguarda diversi aspetti: il benessere fisico, il recupero di una autosufficienza alimentare, dalla coltivazione dell’orto all’allevamento di animali da cortile. Qui ci si riabitua al rapporto quotidiano con la campagna, le galline che razzolano, le passeggiate notturne in compagnia esclusiva delle lucciole, la calma che soddisfa ogni pretesa di colmare il tempo.
Ci siamo riappropria, in soldoni, di una dimensione metafisica che, se pure è connotato tra i più famosi della città estense, non si è permeata – non più – nei suoi abitanti, spesso avulsi da una dimensione contemplativa. Invertendo la tendenza a muoversi verso la città, fenomeno che è progressivamente arrivato a spopolare la campagna”.

 

Campagna a Ravalle

 

Il recupero di memoria e ricordi viene prima ancora che di quello degli spazi, con un carattere esplicitamente associativo – avvalendosi dell’aiuto di amici e volontari: a un centinaio di metri di distanza si possono trovare letteralmente casa e botteghe della famiglia Ferioli, ovvero la barca sul fiume Po e il cinema teatro. 

 

Il barcone di Flavio

A metà tra l’astronave Arcadia di Capitan Harlock e il veliero di Capitan Uncino, l’unica bandiera che sventola fiera sul barcone di Flavio, ereditato dal fratello, è quella palestinese.

Il barcone di Flavio

 

Luogo di ritrovo che da una postazione privilegiata assiste ad albe e tramonti irripetibili, a riti propiziatori e performance di gong, tamburi sciamanici in transizioni annuali e presentazioni letterarie, è un altro tassello del recupero sociale e comunitario di questa avventura che era partita a due e continua ad ampliarsi: come la festa junina del 24 giugno di questo anno e la prima nazionale del testo teatrale di Loriano Macchiavelli, Voglio dirvi di un popolo che sfida la morte, del 24 maggio 2025. 

 

Lo scrittore Loriano Macchiavelli sul barcone di Flavio legge un brano del proprio testo teatrale, 24 maggio 2025

 

 

Un momento della presentazione del libro Voglio dirvi di un popolo che sfida la morte di Loriano Macchiavelli, 24 maggio 2025

 

Dettaglio della vista sul Po dal barcone di Flavio

 

Il cinema teatro Il Grido 

Il recupero di cui racconta Ferioli passa anche attraverso aspetti materici, che coinvolgono pratiche di comunità vere e proprie. Il cinema Il Grido, piccola sala di provincia costruita negli anni Trenta all’interno di un edificio neo-romanico, ne è esempio.
“Questa per noi è una vera e propria sfida” – riprende a illustrarci Frankie – : “stiamo facendo tutto con le nostre forze, procedendo con collaborazioni spontanee e avvalendoci dell’aiuto di tanti ragazzi giovani, tra cui amici di mio figlio, specializzati in manodopera e muratura. Una scelta non facile, ma necessaria e dovuta nei confronti del nostro progetto iniziale senza trasfigurarlo”.

Interno del cinema teatro Il Grido, 31 dicembre 2025

Niente richieste pubbliche né bandi, quindi, ma scambi e libere collaborazioni con dinamica di investimento minima e cura dei beni ereditati. Antiquariato e robivecchi, mercatini delle pulci e magazzini di recupero: sono stati loro i nostri interlocutori nell’arredare questo locale nato come sala da ballo, poi adibito a deposito di farina e ancora di automezzi.
La fascinazione di questo progetto, oltre a quella di riportare in auge funzionale ed estetica un luogo in cui, in epoca fascista, avvenivano le proiezioni dei cinegiornali dell’Istituto Luce, risiede anch’essa nella collaborazione e nel sostegno – nello specifico, quello dell’associazione di promozione sociale Genti del Po e del parroco, don Giorgio Lazzarato.
Il cinema è finzione, un magnifico e quanto mai realistico inganno basato su illusioni ottiche: “Qui Michelangelo Antonioni girò le prime scene del suo film Il grido, che abbiamo omaggiato chiamando così il cinema recuperato. Nebbia, sterminati e brulli campi lunghi, pessimismo cosmico ne fecero una pellicola miscompresa e poi riscoperta”. 

Dettaglio all’interno del cinema teatro

 

Recuperare – letteralmente prendere indietro, prendere di nuovo – è un termine ricorrente nell’eloquio di Ferioli, e non fanno eccezione gli interni della sala di proiezione, in cui sembra di entrare in un bozzolo accogliente, dove con il tempo l’unica cosa che passa è solo, e unicamente, la successione di secondi, minuti, ore… Oggetti sepolti nelle memorie che riportano a tempi nelle case dei nonni, metalli e legno e muratura circondano una platea che può accogliere, per proiezioni private, sessanta persone sulle poltrone dismesse di un vecchio cinema di Adria.
“In attesa di un altro simbolo del cinema d’altri tempi, ovvero il proiettore in pellicola, di cui speriamo poter recuperare un esemplare e riportarlo a nuova vita. 
Un altro aspetto del recupero riguarda infatti vecchi mestieri che oggi, per via dell’avvento del digitale, sono cambiati radicalmente: è nelle sale indipendenti, di cinema d’essai e nei festival che resiste, intatta, la figura del proiezionista, un artefice di quella magia che scivola tra i fotogrammi di ogni film”.

Giorgia Pizzirani

Giorgia Pizzirani

Da dipendente in una libreria, traduttrice e redattrice free lance vive la propria vita circondata di libri – sta cercando di smettere ma pare non sia sulla buona strada.
Da lettrice si fa le ossa con fumetti, classici russi e fantascienza; oggi legge soprattutto narrativa per l’infanzia e saggistica scientifica privilegiando i testi di zoologia, testi che molto poco sembrano avere in comune; ma si sa che bambini e animali sono la parte più pura del mondo sempre capace di
insegnare, stupire e commuovere.
I pezzi di carta che adornano la sua vecchia stanza testimoniano maturità linguistica, dieci anni di pianoforte, diploma di teoria musicale al conservatorio, prima tesi di laurea in antropologia culturale e seconda in cinema di animazione e filosofia morale. Non paga, suppone ci sia ancora
spazio alle pareti.

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