Piazza Municipale: la Ferrara di un sindaco sindacalista tra storia e storie

by Silvia Bottoni | 7 Ott 2026 | Interviste

Titolo:

Piazza Municipale

Autore:

Gaetano Sateriale

Libro ritratto sullo sfondo dello scalone del Comune di Ferrara scaled

Essere nella stanza accanto

Sono stata per dieci anni la segretaria particolare di Gaetano Sateriale.
Dieci anni non sono un periodo di lavoro, sono un pezzo di vita. Dieci anni in Piazza Municipale, con la porta del suo ufficio sempre socchiusa.
Per me ha significato tanto. Ha significato lavorare credendo davvero di operare al fianco di una persona seria, intelligente e perbene, per il bene della città. Non è una frase fatta, oggi suona quasi ingenua. Allora era la normalità.
Sono stati anni in cui la cultura nella nostra città era di grande qualità. Le relazioni erano curate, il livello politico era alto. Non si arrivava a toni così bassi, così privi di contenuti come accade oggi. Si discuteva, a volte duramente, ma non si urlava per non dire niente.
Gaetano mi ha insegnato tanto. La cosa più grande è stata una sola, e l’ha insegnata senza mai spiegarla: essere sempre se stesso. Davanti alla gente comune che entrava senza appuntamento e davanti ai potenti che telefonavano da ogni parte del mondo. Stesso sguardo, stessa attenzione, stessa misura. Non cambiava registro. Era lui.
Per me sono stati anni di grande formazione e di conoscenza. Ho avuto il privilegio di imparare un modo di stare nelle istituzioni senza cinismo e senza arroganza.
E poi è diventato altro: condivisione, amicizia sincera, stima reciproca; valori che dureranno per sempre, oltre la Piazza, oltre le cariche, oltre i libri.
Per questo ho letto e apprezzato Piazza Municipale, per questo ho scambiato quattro chiacchiere con Gaetano Sateriale.
Perché in quel libro ci sono i nostri anni; ma soprattutto perché c’è l’uomo che ho avuto la fortuna di conoscere dalla stanza accanto.

C’è un equivoco da sciogliere subito: Piazza Municipale non è un libro su Ferrara. È un libro che usa Ferrara per parlare d’altro.
Gaetano Sateriale, sindacalista per trent’anni in Cgil e sindaco della città estense per due mandati dal 1999 al 2009, torna a scrivere del mestiere più difficile che ha fatto dopo averci già dedicato nel 2011 il suo libro più noto e più urticante, Mente locale (Bompiani). Come recita la quarta di copertina, il libro è un “racconto lungo dieci anni: alcuni seri, altri divertenti, quasi paradossali. Vissuti da sindaco a Ferrara e da cittadino italiano in giro per il mondo”. La struttura è a frammenti. Sateriale procede per immagini in sequenza, non per cronologia. È una scelta che aveva già sperimentato in Piazza Ariostea dedicato alla nipotina Agata, dove scriveva: “La vita, una sequenza di scene vissute tutte al tempo presente: tante immagini collegate solo nella nostra memoria”. Qui il dispositivo è lo stesso; ma il destinatario non è più privato, è pubblico.
La Ferrara raccontata non è quella da cartolina, ma quella delle sue tante facce, con la sua ‘ferraresitudine’ che obnubila, come l’ha definita lui stesso in passato. È una città che Sateriale conosce perché ci ha sempre vissuto e ci vive ancora, e che osserva con affetto disincantato. Non c’è nostalgia, c’è antropologia.
L’altra metà del libro sono gli incontri fuori: viaggi, delegazioni, culture altre. Se il sindaco è colui che deve conoscere a fondo la propria comunità, il cittadino del mondo è colui che deve imparare a rispettare l’altra. Ed è qui il cuore letterario dell’operazione: la piazza del
titolo non è solo Piazza Municipale a Ferrara. È l’idea stessa di piazza come spazio di convivenza plurale che si è ristretto. In questo senso, Piazza Municipale è il libro più politico di Sateriale proprio perché rifiuta di essere un libro politico.
Non è un libro di memorie, ma qualcosa di più sottile. Sateriale prende il suo decennio in Municipio (1999-2009) e lo usa come un cannocchiale rovesciato: da un lato racconta Ferrara dal di dentro: le facce, le contraddizioni. Dall’altro racconta Ferrara dal fuori: i viaggi, gli incontri, il rispetto per altre culture e altri Stati che si impara solo girando il mondo: oggi il mondo sembra girare a rovescio e di quella convivenza plurale si sente la mancanza. Ci sono quindi due Sateriale che si incontrano nel libro: l’ex sindacalista che sa che la comunità ha tante facce e bisogna conoscerle a fondo; il cittadino italiano all’estero che capisce che senza rispetto per l’altro non c’è comunità. Lo stile è quello di sempre: diretto, senza retorica, a volte divertente, a volte amaramente paradossale. Non cerca di riscrivere la storia, ma di farci capire che la storia di una città media emiliana c’entra eccome con quella del Paese e del mondo. “Piazza Municipale” è un bilancio intimo e maturo: cosa resta dopo? Resta l’idea che la piazza non è solo quella davanti al Municipio, ma un modo di stare insieme. E che Ferrara, se la sai guardare, è ancora una piccola capitale europea, anche se pare aver perso ogni vocazione turistica, sociale, architettonica e culturale in nome di un abbruttimento e appiattimento generale ancora più marcato in una città Patrimonio dell’Unesco.
E qualche riflessione l’ex sindaco la condivide… 

Gaetano, in questi dieci anni io ero quella che ti filtrava le telefonate, ti passava la posta al mattino, ti riportava la vita della città in sintesi. Nel libro parli di aneddoti divertenti e paradossali, ma qual è stata la mattina più difficile da gestire, quella in cui entrando in ufficio hai capito che sarebbe stata una giornata impossibile?
Impossibile, mai. Da sindacalista avevo vissuto momenti difficili e imparato a sostenere le mie ragioni senza buttare la spugna. Una giornata difficile molte volte, soprattutto all’inizio. Quando, come racconterà Roberto Montanari nel suo prossimo libro, dovevamo interrompere una rete di potere, di sinistra e non solo, che governava tutte le decisioni da prendere in città. E quando, come ho scritto, anche “i nostri”, speravano che il sindaco si dimettesse e tornasse presto a fare il sindacalista a Roma.

C’è un dettaglio del nostro lavoro in Piazza Municipale che nel libro non hai raccontato e che ti è dispiaciuto lasciare fuori?
La collaborazione con te avrebbe avuto bisogno di più pagine per essere raccontata pienamente. Qui direi che la quotidianità, l’ordinaria amministrazione, era piuttosto rara ma molto rigenerante. La sensazione che quel mestiere fosse tornato normale. Ma erano giornate molto rare, da vivere con la nostra porta aperta…


Tutti ti ricordano come sindaco pacato, ma io ti ho visto anche arrabbiato, stanco, deluso. Nel libro c’è molto pudore. C’è stato un momento in quei dieci anni in cui hai pensato davvero di lasciare tutto?
Direi di no. C’è stata molta incredulità: abitudini politiche che andavano oltre il buon senso. Oggi mi fanno sorridere, allora mi facevano arrabbiare. Ma, come sai, io sono un marinaio e un marinaio non può mollare quando c’è una tempesta: il suo dovere è di salvare la barca e l’equipaggio.

Per dieci anni sono stata la tua ombra. Cosa pensi di aver imparato invece tu da chi, come me, stava dietro la porta e vedeva tutto ma non doveva parlare troppo? Cosa ti ha insegnato il lavoro di chi ti stava accanto?
Mi ha insegnato davvero molto. Soprattutto mi ha aiutato a stare dentro il buon senso, la razionalità, l’idea che i turbini che c’erano fuori dalla finestra si sarebbero calmati se avessimo insieme fatto le cose giuste. Il lavoro di chi mi “stava accanto” era insieme una spugna che raccoglieva informazioni che a me non arrivavano e un ammortizzatore per non fare sobbalzare troppo la mia scrivania. E poi un lavoro utile a mettere in moto la macchina comunale, quando ce n’era bisogno. La macchina comunale è efficiente ma piuttosto lenta. Tu e il nostro apparato riuscivate a farla partire in fretta.

Nel libro parli del giro per il mondo come cittadino italiano. C’è stato un viaggio in cui, una volta tornato a Ferrara, ti sei sentito davvero straniero nella tua città?
Straniero no: sono nato qui e ci abito volentieri. Ai nostri tempi Ferrara era una città Unesco, “Patrimonio dell’umanità”, non una città di provincia. E io cercavo di tenerne vive le relazioni internazionali. I viaggi che ho fatto mi hanno insegnato a capire meglio le diverse culture e le diverse identità nazionali e anche quelle locali, certo.

Il libro è dedicato a un’idea di comunità. Ma la comunità ferrarese di oggi, secondo te, ha ancora voglia di ascoltare un ex sindaco che racconta aneddoti?
Secondo me no. Ma non è mica obbligatorio leggere i libri… Però basta fare due chiacchiere sul marciapiede per distinguere tra chi sa di cosa parla e chi no. Ma ciascuno è libero di fare e di pensare come vuole, ci mancherebbe.

C’è una cosa che da sindaco non sei riuscito a fare e che, rileggendo Piazza Municipale, ti dispiace di più?
Più di una. Mi dispiace soprattutto non essere riuscito a realizzare un percorso turistico “integrato” tra Mantova, Ferrara e Ravenna (3 città Unesco). Sarebbe stato il primo in Italia. Ma in questo Paese non è facile far collaborare tra loro 3 sindaci, purtroppo.

Se dovessi lasciare una frase del libro a un giovane che vuole fare il sindaco domani a Ferrara, quale sarebbe?
Di non confondere mai il “bene comune” della sua città e della sua comunità con il dire di sì alle centinaia di richieste dei singoli e delle imprese. La sintesi è diversa dalla somma. La sintesi è innovare la propria città verso gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. La somma produce consenso nell’immediato, niente di più.

Nel libro dici che sono aneddoti lunghi dieci anni, seri e paradossali. Ce n’è uno che da solo spiega cosa vuol dire fare il sindaco a Ferrara?
La questione più dura e impegnativa (contro tutti o quasi) è stata la triste vicenda della morte di Federico Aldrovandi. Il sindaco aveva e ha il dovere di sostenere la richiesta dei cittadini che chiedono di sapere la verità e non si accontentano, di fronte alla morte violenta di un giovane, delle notizie false diffuse anche da altre istituzioni. È stato un periodo duro, alla fine ne siamo usciti in maniera seria, direi. Grazie alla determinazione della famiglia, all’aiuto del nuovo giudice inquirente e del Ministro Giuliano Amato.

Scrivi che il mondo oggi gira a rovescio e manca la convivenza plurale. Quando l’hai sentita mancare di più, in questi ultimi viaggi?
In medio Oriente soprattutto. Ma anche nei Paesi africani sul Mediterraneo. Diverse etnie, diversi credo religiosi, i Governi provano a tenerli legati attraverso il potere delle dittature e le violenze di Stato ma così aumentano gli estremismi e si rafforza il terrorismo. Quei Paesi non hanno mai vissuto la democrazia. Ma c’è una colpa dell’Occidente, anzi due. La prima è che quando eravamo noi imperialisti abbiamo pensato che bastasse segnare dei confini netti sulle carte geografiche per unificare le etnie all’interno di uno Stato. La seconda è quando nei primi anni 2000 (soprattutto gli americani e gli inglesi) hanno pensato che si potesse “esportare la democrazia” con le guerre. Un vero delirio…

Hai fatto il sindaco dal ’99 al 2009. Se dovessi rientrare oggi in quello stesso ufficio, cosa troveresti uguale e cosa irriconoscibile?
Non saprei: i muri, gli affreschi alle pareti, i mobili, i quadri penso. Per il resto mi sembra che molto sia cambiato nel rapporto almeno coi cittadini. È venuta meno l’idea del bene comune. Ma il mio è un giudizio da esterno e posso sbagliare. Per fortuna mia (e forse anche dei ferraresi) il mio lavoro nel bene e nel male è stato compiuto ed è un fatto del passato.

Ferrara oggi si racconta tanto come città turistica. Tu che l’hai amministrata quando si cercava di tenerla insieme tra centro e periferie, cosa pensi ci stiamo dimenticando?
Ci stiamo dimenticando che la città invecchia e che bisogna garantire i servizi minimi indispensabili in tutti i quartieri: spazi verdi, luoghi di incontro, trasporti pubblici, scuole, strutture sanitarie di prima accoglienza, attività culturali, ecc. Ferrara, come altre città, va rigenerata, trovando un nuovo equilibrio tra bisogni sociali e servizi.

Trent’anni in Cgil e dieci da sindaco. Nel libro sembra che il secondo mestiere ti abbia insegnato più del primo ad andare in giro per il mondo. È così?
No, ho girato molto anche da sindacalista. Ma erano viaggi e incontri di tipo diverso, con interlocutori differenti. Però ho imparato molto in tutti e due i casi.

Quando hai smesso di fare il sindaco nel 2009, il giorno dopo cosa hai fatto? Io ricordo il trasloco degli scatoloni. Tu cosa ricordi del giorno dopo Piazza Municipale?
Il mio ultimo discorso in Consiglio Comunale, che ho richiamato nel libro. E poi il ritorno alla vita normale: le code nei supermercati e negli ambulatori, con la gente che mi guardava in modo strano, come per dire: “Beh, che ci fa qui il sindaco?” Da primo cittadino ero diventato un cittadino come gli altri.

Se dovessi scrivere oggi un bigliettino a quella segretaria particolare di dieci anni fa, che entrava per la prima volta nel tuo ufficio in Municipio, cosa le scriveresti? Che avvertimento le daresti?
“Dimmi sempre quello che pensi, anche quando non sei d’accordo con quello che sto facendo io, perché tutti possiamo sbagliare”.

Piazza Municipale è il luogo simbolo del potere cittadino a Ferrara, ma anche dello spazio pubblico. Cosa rappresenta oggi per te questo titolo, a distanza di anni dalla tua esperienza da Sindaco?
Per me è ancora la Piazza della massima istituzione cittadina. E quando la attraverso lo faccio in fretta, per non avere nostalgie sbagliate.

Quale è stata la scoperta o la difficoltà più inaspettata quando ha varcato la soglia del Municipio da Sindaco?
Che la politica dei partiti era più distante dalla società di quello che io mi ero immaginato da sindacalista nazionale. Ma molto meno di oggi.

Nel libro emerge una Ferrara ricca di identità culturale, ma anche complessa. Come si bilancia la conservazione della storia con la necessità di innovare ed essere attrattivi sul piano economico?
La domanda è complessa. Provo a sintetizzare. Per prima cosa bisogna diffondere ai ferraresi stessi la consapevolezza della ricchezza storica, architettonica, urbanistica e culturale della nostra città: almeno degli ultimi 500 anni. Perché i cittadini, non solo le istituzioni, devono diffondere la conoscenza di questo patrimonio. E poi, stimolare i cittadini, soprattutto i giovani, a creare cultura, mettendo a loro disposizione teatri, cinema, spazi pubblici. La cultura non è un patrimonio compiuto una volta per tutte. Noi non siamo una città che si arricchisce di cultura se vengono migliaia di persone ad ascoltare un concerto che abbiamo comprato in giro. Siamo una città in grado di produrre cultura con i suoi musei e le sue mostre e i teatri, com’era ai nostri tempi grazie alle grandi competenze dei dirigenti di quelle istituzioni (Franco Farina con il sindaco Soffritti e Andrea Buzzoni quando c’ero io). Ripartirei da quelle esperienze.

Le città medie italiane stanno affrontando trasformazioni profonde (invecchiamento della popolazione, nuove sfide ambientali, lavoro). Alla luce delle tue riflessioni, qual è la sfida prioritaria per una città come Ferrara oggi?
Diverse sfide sono legate fra loro e vanno affrontate insieme. L’invecchiamento chiede una sanità pubblica più vicina alle persone, ma anche una politica che trattenga i giovani che vivono e studiano a Ferrara. La città deve essere più accogliente e più ambientalmente sostenibile (le case accessibili, i campus universitari, il verde) ma perché restino a Ferrara è necessario creargli occasioni di lavoro. Immagino le obiezioni: non ci sono risorse sufficienti da spendere per questo. Ma impegnare fondi per trattenere i giovani a Ferrara non è una spesa come tante, è un investimento per il futuro. 

 

 

 

 

Silvia Bottoni

Silvia Bottoni

Coreografa di giorno, lettrice appassionata di gialli e noir di notte. Quando non è impegnata a creare coreografie s’immerge nel mondo dei gialli, in cui spesso trova ispirazione anche per le sue creazioni. Come lettrice appassionata ama scoprire nuovi autori e titoli, e condivide le sue scoperte attraverso recensioni veraci e sincere sui social.
Scrive recensioni per diletto e per la soddisfazione personale di rimanere nelle storie che l’hanno coinvolta. Ama scoprire nuovi talenti letterari e ritrovare personaggi a lei cari di autori più noti. Le storie non terminano mai alla chiusura del libro ma vivono nel quotidiano attraverso pensieri e scambi con altre lettrici, perché è sempre difficile separarsi da mondi così coinvolgenti che
diventano affetti.
Per Penna Cenerina scriverà della propria biblioteca ideale: una vera selezione personale di libri che le sono cari e vuole condividere con altri in modo intimo e personale.

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