Paolo Roversi è scrittore, giornalista e sceneggiatore. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per il cinema e per serie televisive, spettacoli teatrali e cortometraggi. Tiene corsi di scrittura crime per la scuola Holden di Torino. I suoi romanzi sono tradotti in diverse lingue fra cui il tedesco, lo spagnolo, il francese, il polacco, il serbo e l’arabo. Ha pubblicato dodici romanzi con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi. Ha pubblicato quattro thriller con protagonista la profiler Gaia Virgili tra cui Black Money ( 2021) con cui ha vinto il Premio selezione Bancarella 2022. Ha pubblicato tre romanzi con protagonista il commissario anti-tecnologico Luca Botero. Dal 22 settembre 2026 è disponibile il suo nuovo romanzo, Il mestiere del buio, edito da Piemme, nel quale inaugura, almeno nel cartaceo. un nuovo personaggio: Lorenzo Visconti, detto il Drago. È il primo di una nuova saga, le indagini di via Gluck.
La tua serie più conosciuta è certamente quella di Enrico Radeschi e ora parti con un’altra serie quella di questa personaggio, anche lui con una serie di stereotipi, che nasce a Milano in via Gluck ad esempio. Il suo nome è Lorenzo Visconti, ma sopranominato il Drago. Mi ricorda qualcosa
Non è un caso. Lorenzo Visconti è lo pseudonimo con cui, anni fa, avevo pubblicato le prime avventure del Drago, allora disponibili soltanto in digitale. Adesso ho deciso di dargli una nuova vita, trasformando quello pseudonimo nel nome del protagonista. Quanto a via Gluck, il riferimento alla celebre canzone di Adriano Celentano è naturalmente voluto. Milano è sempre stata la grande protagonista dei miei romanzi e mi piace raccontarla attraverso luoghi che hanno un’identità e una storia. Il Drago è un personaggio molto diverso da Enrico Radeschi: più ruvido, più istintivo, decisamente meno diplomatico.
Perché queste caratteristiche così, come posso dire attuali: animalista, vegetariano, ambientalista mai avute negli altri tuoi personaggi.
Perché non volevo creare l’ennesimo investigatore tormentato che beve whisky e fuma una sigaretta dietro l’altra. Il Drago è un duro, anche manesco quando serve, ma ha una sensibilità particolare verso gli animali, l’ambiente e soprattutto i più deboli. È un uomo pieno di contraddizioni: può essere spietato con un criminale e tenerissimo con un animale maltrattato. Questa sua doppia natura lo rende, secondo me, interessante e contemporaneo. E poi mi piaceva l’idea di un protagonista che, in un mondo sempre più cinico, avesse ancora dei principi per cui fosse disposto a battersi, anche a costo di mettersi nei guai.
Ma che tipo di investigatore è questo Drago e cosa è la legge del contrappasso
Il Drago è un ex poliziotto della Omicidi, cacciato dalla Questura dopo essere stato incastrato per un crimine che non ha commesso. È un investigatore irregolare, uno che conosce bene le regole ma spesso preferisce ignorarle. Non è un santo e nemmeno un eroe senza macchia. Ha un’idea molto personale della giustizia e soprattutto non sopporta chi se la prende con i più deboli. La sua legge del contrappasso nasce proprio da qui: chi commette un crimine deve in qualche modo pagare sulla propria pelle per quello che ha fatto. È una giustizia che non sempre coincide con quella dei tribunali e che pone anche qualche interrogativo morale. Del resto, il Drago non pretende di essere un esempio da seguire. Vuole soltanto rimettere le cose a posto. A modo suo.
Essendo una serie proseguirà a discapito degli altri?
Assolutamente no. Il Drago si aggiunge alla famiglia, non sostituisce nessuno. Continuo a lavorare alle indagini di Enrico Radeschi, del commissario Luca Botero e degli altri miei protagonisti. La sfida è proprio questa: riuscire a far convivere personaggi diversi, ciascuno con il proprio mondo, il proprio linguaggio e il proprio modo di affrontare il crimine. Per me è anche un modo per non annoiarmi mai. Passare da Radeschi al Drago significa cambiare completamente registro narrativo
Ma a questo punto ci interesserebbe molto sapere quale è la tua idea di giallo
Per me il giallo è prima di tutto un grande romanzo popolare, capace di intrattenere e allo stesso tempo raccontare la società in cui viviamo. Naturalmente servono un mistero, una buona trama, dei colpi di scena e possibilmente un finale che sorprenda il lettore. Ma non basta. Quello che mi interessa davvero è ciò che sta dietro il delitto: le passioni, le paure, le contraddizioni umane. Il crimine è uno straordinario pretesto narrativo per raccontare una città, un’epoca, i rapporti tra le persone. Nei miei romanzi Milano non è mai soltanto uno sfondo, ma diventa quasi un personaggio. Credo che un buon giallo debba fare due cose: tenerti sveglio la notte perché vuoi scoprire come va a finire e lasciarti qualcosa su cui riflettere quando hai chiuso il libro. Se riesce a fare entrambe, ha raggiunto il suo scopo









