Palestina Israele: vecchie narrazioni, nuove storie

by Franco Ferioli | 9 Mar 2026 | In evidenza, Non Libro

Quando alla fine degli anni Ottanta per la prima volta fu possibile accedere agli archivi del mandato britannico sulla Palestina, durato dal 1920 al 1948, e a quelli israeliani relativi alla guerra del 1947-1949 che aveva portato alla proclamazione dello Stato di Israele, la storia di quel periodo iniziò ad apparire molto diversa dalla narrazione intrisa di spirito patriottico e purezza di ideali che veniva raccontata in Israele e insegnata nelle scuole. Tre libri pubblicati nel biennio 1986-’87 (1949 The first Israelis di Tom Segev, The Birth of Israel. Myths and Realities di Simha Flapan e The Birth of the Palestinian Refugees Problem di Benny Morris) diedero il via a un grande processo di revisione storica che ribaltava la tradizionale narrativa sionista sulle origini di Israele.
A questi si aggiunsero, l’anno successivo, Collusion across the Jordan di Avi Shlaim e Britain and the Arab-Israeli Conflict di Ilan Pappé.

Ne nacque un dibattito molto acceso e polemico, perché le nuove letture storiche mettevano in discussione i miti che fino a quel momento gli storici sionisti avevano costruito sulla nascita di Israele e sui suoi rapporti con la popolazione araba della Palestina. Dalle fonti, al contrario di quello che si era sempre raccontato e insegnato, emergeva che non era vero che i palestinesi arabi avessero abbandonato volontariamente le loro case; non era vero che tutti gli Stati arabi intendessero espellere gli ebrei dalla Palestina e che l’invasione araba avessero reso la guerra inevitabile; non era vero che Israele si fosse battuto contro l’intero mondo arabo e che poi avesse ricercato la pace senza avere risposta da nessun leader arabo. Apparve invece chiaro che, fin dall’inizio, il progetto sionista consisteva nell’occupazione di tutta la Palestina per realizzarvi una colonia di insediamento e che la scia di violenze che accompagnarono l’avanzata delle organizzazioni paramilitari prima e dell’esercito israeliano poi, allora e in tutti gli anni seguenti, aveva il chiaro obiettivo di espellere e di sopprimere tutta la popolazione araba.

Oggettività e responsabilità non sono moneta di scambio

Dalle fonti del dopoguerra sono emerse chiare anche le responsabilità degli Stati occidentali nella realizzazione dello Stato di Israele. Questo, infatti, sembrò a tutti un buon modo per risolvere il problema di dove collocare gli ebrei sopravvissuti alla shoah che non era possibile rimandare nei paesi d’origine, e in questo modo attenuare il senso di colpa che il mondo occidentale implicitamente provava per quel terribile sterminio. Ma nessuno si preoccupò di considerare le conseguenze che sarebbero sorte per il popolo che viveva da secoli in quell’area.
Ovviamente gli storici sionisti rifiutarono immediatamente questa ricostruzione del periodo perché demoliva la storiografia ufficiale che veniva accusata di essere di parte, imposta per fini propagandistici e nazionalisti, scritta in modo da presentare gli ebrei come vittime innocenti e gli arabi come aggressori sanguinari.

Molti intellettuali e politici reagirono accusando la nuova storiografia di mettere in discussione le basi stesse dello Stato e di fare propaganda a favore della causa palestinese, ma le nuove ricostruzioni storiche erano inconfutabili perché studiate e prodotte in maniera scientifica e sistematica sulla base di ampie ricerche d’archivio o basate su testimonianze dirette fornite dai protagonisti, ovvero da quei comandanti militari che si assunsero le responsabilità di stragi compiute contro la popolazione civile palestinese, come la più tristemente nota, avvenuta il 9 aprile del 1948 nel villaggio palestinese di Deir Yassin, dove vennero massacrati a sangue freddo centinaia di uomini, donne e bambini.
Nel suo libro intitolato The Revolt: Story of the Irgun (Dell Publishing, New York 1978) Menachem Begin, poi eletto Primo Ministro di Israele dal 1977 al 1983 e Premio Nobel per la Pace nel 1978, descrive le azioni terroristiche condotte sotto il suo comando con una minuziosa profusione di particolari agghiaccianti, ammettendo di essere il responsabile di questo eccidio e sostenendo che “…se non avessimo vinto a Deir Yassin lo Stato di Israele non esisterebbe”.

Se le accuse rivolte alla “nuova storiografia” avevano una motivazione politica e ideologica ed erano disposte a negare l’evidenza, altre critiche, pur senza contestare i risultati delle ricerche, vennero sollevate sulla metodologia storiografica. Gli intellettuali palestinesi hanno sottolineato il fatto che i “nuovi storici”, hanno fatto ricorso solo a fonti israeliane o inglesi, hanno colpevolmente sottovalutato la monumentale espressione del pensiero di Edward Said espresso nei testi Orientalismo (Pantheon Books, 1978) e La questione palestinese (Random House, 1979) e non hanno potuto tener conto della documentazione palestinese, dato che molti archivi palestinesi, come l’Institute of Palestinian Studies a Beirut, il Palestinian Film Archive e la Orient House a Gerusalemme, vennero distrutti, confiscati e saccheggiati dalle autorità israeliane.

Il filone storiografico palestinese è rimasto per anni inascoltato escludendo di fatto i Palestinesi dalla storia della Palestina.
Ciò ha alimentato le accuse di “colonizzazione della storia” e ha avviato una proficua collaborazione tra storici israeliani e palestinesi, intrapresa dallo stesso Pappè, riscontrabile nel volume “Parlare con il nemico: narrazioni palestinesi e israeliane a confronto”, pubblicato nel 2004 in collaborazione con il sociologo palestinese Jamil Hilal.
Anche due opere dello storico profugo palestinese in Siria Maher Charif – Storia del pensiero politico palestinese e I nodi irrisolti del pensiero arabo hanno preso in esame il modo in cui i palestinesi nel corso di un secolo hanno pensato sé stessi, gli ebrei e gli altri arabi.

Non si può negare che la revisione degli scopi e delle modalità che hanno portato alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 sia stato il punto di partenza per quegli storici che preferiscono chiamarsi “post-sionisti”. Ma gli eventi di quegli anni devono essere visti come il punto focale di un processo iniziato decenni prima e che è continuato poi per altri decenni fino a oggi con conseguenze non solo politiche e istituzionali, ma anche economiche, sociali e culturali sia per l’area mediorientale che per il mondo intero. Per questo la riflessione iniziata negli anni Ottanta sul conflitto tra israeliani e palestinesi è continuata negli anni seguenti e non ha avuto solo un carattere storiografico o accademico, ma anche etico-politico perché ha messo in discussione l’identità nazionale israeliana, le sue basi sioniste, i concetti di cittadinanza e di democrazia. Negli anni, altre discipline come la sociologia, la scienza della politica, la letteratura, la filosofia, il diritto, l’economia, hanno contribuito a fomentare questo dibattito.

Anche l’archeologia è servita alla revisione post-sionista dopo che dagli anni Cinquanta e dalla “scoperta del secolo” dei Manoscritti del Mar Morto, le ricerche archeologiche per trovare le tracce degli eventi biblici erano diventate una passione pubblica e una mania militare.
Nel 1965 venne inaugurato nel Giardino del Museo di Israele, sul viale Ruppin, vicino alla sede del Parlamento e lo si chiamò Centro Samuel e Jean H.Gottesman per i Manoscritti Biblici, ma a partire dal 2001, quando cioè vi furono trasferiti i Manoscritti del Mar Morto, è conosciuto come il Santuario del Libro e da allora è una delle visite turistiche più frequentate di Gerusalemme.

La parte più importante della collezione qui esposta divenne patrimonio israeliano come il più ricco dei bottini archeologici di guerra mai ottenuti, alla conclusione della Guerra dei Sei Giorni, dopo che l’esercito israeliano ottenne il controllo diretto sia dei siti del Mar Morto, sia delle collezioni conservate nel settore est di Gerusalemme nel Palestine Archaelogical Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, ubicato in via Solimano, nei pressi della porta di Erode, dove sin dalla fine degli anni Quaranta vennero man mano depositati tutti i ritrovamenti archeologici, non solo cartacei, effettuati a Qumran e nelle sue vicinanze.

Non solo il nuovo Stato, ma anche gli immigrati in Israele volevano trovare legami concreti fra il proprio presente e il passato, dato che tutti davano per scontato che la Bibbia fosse un testo storico sull’origine del loro popolo. D’altra parte, era su questa convinzione che lo Stato di Israele rivendicava il diritto di occupare la Palestina. Ma tutto quello che è emerso dagli scavi nei siti di cui parlano le Sacre Scritture è risultato radicalmente diverso da ciò che racconta la Bibbia. L’archeologo Zeev Herzog, uno dei più noti professori alla Facoltà di archeologia di Tel Aviv, in numerosi libri e articoli ha dovuto ammettere che i risultati scientifici mostrano chiaramente che la Bibbia non è un testo storico contemporaneo agli eventi narrati, ma è una compilazione di racconti popolari scritta, modificata e riscritta con una motivazione teologica da autori dell’epoca persiana o ellenistica. Scrive Herzog: “Così abbiamo scavato e scavato. Ma lentamente sono cominciate ad apparire le prime contraddizioni. E alla fine tutti questi scavi ci hanno rivelato che gli israeliti non erano mai stati in Egitto, non avevano mai vagato nel deserto, né avevano conquistato militarmente la terra per poi consegnarla alle Dodici tribù d’Israele. Nessuno degli eventi centrali della storia degli israeliti veniva corroborato da quello che trovavamo”. Persino l’Esodo e il grande Regno di Davide e Salomone, che sono alla base delle rivendicazioni degli ebrei sulla Palestina, secondo l’archeologo non hanno trovato riscontro negli scavi e, dice sempre Herzog: “(…) non è che non abbiamo trovato nulla perché magari abbiamo scavato nel posto sbagliato. Abbiamo trovato una quantità di materiale che ci dimostra come al tempo di Davide e Salomone Gerusalemme non fosse che un grosso villaggio, dove non c’era né un tempio centrale né un palazzo reale. Davide e Salomone erano capi di regni tribali che controllavano piccole aree, Davide a Hebron e Salomone a Gerusalemme. Ciò non significa, ovviamente, che il racconto biblico sia privo di spessore storico, perché aiuta a comprendere il contesto storico in cui è nato; però non può essere preso come fondamento per le attuali rivendicazioni sulla Palestina”.

Figli di una stessa terra, ma figli di un Dio minore

Ancora più rivoluzionario è il libro di Shlomo Sand, uscito nel 2008, “L’invenzione del popolo ebraico”, perché la tesi centrale dell’autore è che gli ebrei non sono un popolo con un’unica origine etnica in quanto discendenti tutti dalla Diaspora della Palestina. Al contrario, dimostra che le comunità ebree si sono formate con processi di conversione tra le popolazioni che vivevano nell’Impero Romano precristiano, nell’Africa del Nord e nel territorio cazaro dell’Asia centrale.
Docente di Storia Contemporanea all’Università di Tel Aviv, Sand divenne oggetto di una valanga di accuse e di insulti in Israele quando pubblicò il libro che nega che gli ebrei siano un popolo con un’origine comune unita da legami di sangue. A suo avviso, lo “Stato ebraico di Israele” – lungi dall’essere la concretizzazione del sogno nazionale di una comunità etnica con più di 4.000 anni – fu invece reso possibile da una falsificazione della storia stimolata, nel XIX secolo, da intellettuali come Theodor Herzl.
Mentre accademici israeliti insistono nel sostenere che gli ebrei sono un popolo con uno specifico DNA, Sand, fondandosi su una documentazione esaustiva, rifiuta questa tesi priva di fondamento scientifico. Non vi sono ponti biologici tra gli antichi abitanti dei regni di Giudea e di Israele e gli ebrei attuali.

L’immaginario si è nutrito del mito etnico, le cui radici affondano nella Bibbia, scritta tra il VI e il II secolo a.C., che comincia con l’invenzione del “popolo eletto” e con la terra promessa di Canaan.
Non ha fondamento l’interminabile viaggio di Mosè e del suo popolo verso la Terra Santa e la sua successiva conquista. La mitologia degli esilii successivi, diffusasi nei secoli, finì per acquisire l’apparenza di verità storica. In realtà fu modellata e ampliata dai pionieri del sionismo.
Le espulsioni di massa di ebrei da parte degli assiri sono un’invenzione. Non se ne trova traccia consultando le fonti attendibili, anche il grande esilio di Babilonia è falso come quello delle grandi diaspore. Quando Nabucodonosor conquistò Gerusalemme distrusse il Tempio ed espulse dalla città una parte delle élites. Ma allora Babilonia era la città di residenza di una numerosa comunità ebraica. Fu essa a costituire il nucleo dei rabbini che parlavano l’aramaico e introdussero importanti riforme nella religione di Mosè. E’ importante notare che soltanto una piccola minoranza di questa comunità andò in Giudea quando l’imperatore persiano Ciro conquistò Gerusalemme nel VI secolo a. C..
Quando i centri della cultura ebraica di Babilonia si disgregarono gli ebrei emigrarono a Bagdad; non verso la “Terra Santa”.

Sand dedica un’attenzione speciale agli “esilii” come miti fondatori dell’identità etnica. Le due “espulsioni” degli ebrei nel periodo romano, la prima con Tito e la seconda con Adriano, che avrebbero costituito il motore della grande diaspora, sono oggetto di una profonda riflessione dello storico israeliano.
I giovani imparano nelle scuole che “la nazione ebraica” fu esiliata dai Romani dopo la distruzione del secondo Tempio da parte di Tito, e successivamente, da parte di Adriano nel 132.
Ma basterebbe il testo fantasioso di Flavio Giuseppe, che testimonia la rivolta degli zeloti, per togliere credibilità all’attuale versione ufficiale. A suo parere, i romani massacrarono circa 110.000 ebrei e ne arrestarono 97.000. Questo avvenne in un’epoca in cui la popolazione totale della Galilea – a detta degli odierni demografi – era molto inferiore al mezzo milione.

Gli scavi archeologici degli ultimi decenni a Gerusalemme e in Cisigiordania hanno sollevato molti problemi insuperabili agli accademici sionisti che spiegano la storia del popolo ebraico prendendo come riferimenti infallibili la Torah e la parola dei Patriarchi.
Ma le smentite dell’archeologia turbano gli storici; è provato che Gerico era poco più di un villaggio, senza le poderose mura che la Bibbia cita.
Le rivelazioni sulle città di Canaan hanno allarmato anche i rabbini. L’archeologia moderna ha seppellito il discorso dell’antropologia sociale religiosa. A Gerusalemme non sono state trovate vestigia delle grandiose costruzioni che, secondo il Libro, la trasformarono nel decimo secolo a. C., l’epoca dorata di Davide e Salomone, nella città monumentale del “popolo di Dio” che abbagliava quanti la conoscevano. Né palazzi, né mura, né ceramiche di qualità. L’utilizzo della tecnologia del carbonio 14 ha consentito di arrivare ad una conclusione: i grandi edifici della regione Nord non furono costruiti all’epoca di Salomone.

“Non esiste in realtà nessuna traccia – scrive Shlomo Sand – relativa all’esistenza di questo re leggendario la cui ricchezza è descritta nella Bibbia in termini paragonabili solo ai poderosi regni di Babilonia e di Persia”.
Se un’entità politica è esistita nella Giudea del X secolo a. C., può solo essere stata un microregno tribale e Gerusalemme soltanto una piccola città fortificata.
E’ altrettanto significativo che nessun documento egiziano faccia riferimento alla “conquista” da parte degli ebrei di Canaan, territorio che allora apparteneva al faraone.

La storiografia ufficiale israelita, nell’erigere a dogma la purezza della razza, attribuisce alle successive diaspore la formazione di comunità ebraiche in decine di paesi.
La Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele del 14 maggio 1948 afferma che gli ebrei furono obbligati nel corso dei secoli a tentare di ritornare al paese dei loro antenati. Si tratta di una grossolana menzogna che falsifica la Storia. La grande diaspora è un’invenzione. Dopo la distruzione di Gerusalemme e la costruzione di Aelia Capitolina solamente una piccola minoranza della popolazione fu espulsa. La maggior parte di essa rimase nel paese.

Qual è dunque l’origine degli antenati dei nove milioni di ebrei, oggi esistenti al di fuori di Israele? Rispondendo a questa domanda, il libro di Shlomo Sand ha distrutto anche il mito della purezza della razza di etnia ebraica. Un’abbondante documentazione raccolta da storici di prestigio mondiale rivela che nei primi secoli della nostra era ci furono massicce conversioni al giudaismo in Europa, in Asia e in Africa. Tre delle quali furono particolarmente importanti e mettono a disagio i teologi israeliti.
Il Corano dice che Maometto incontrò a Medina, durante la sua fuga dalla Mecca, grandi tribù giudaiche con le quali entrò in conflitto e finì per espellerle. Ma non chiarisce che nell’estremo sud della penisola arabica, nell’attuale Yemen, il regno di Hymar adottò il giudaismo come religione ufficiale. Nel settimo secolo, l’Islam si insediò nella regione ma, dopo tredici secoli, quando si formò lo Stato d’Israele, decine di migliaia di yemeniti parlavano arabo continuando a professare la religione giudaica. La maggioranza emigrò in Israele dove, attualmente, è discriminata.

Il giudaismo affonda le radici anche nell’Impero Romano. La questione risvegliò l’attenzione dello storico Dione Cassio e del poeta Giovenale. In Cirenaica, la rivolta degli ebrei della città di Cirene ha richiesto la mobilitazione di diverse legioni per combatterla. Però fu soprattutto nell’estremità occidentale dell’Africa che si verificarono conversioni in massa alla religione rabbinica. Una parte considerevole delle popolazioni berbere aderì al giudaismo e ad esse si deve la sua introduzione in Andalusia.
Furono questi magrebini coloro che difesero nella penisola iberica il giudaismo, i pioneri dei sefarditi che, dopo l’espulsione dalla Spagna e dal Portogallo, si esiliarono in diversi paesi europei, nell’Africa musulmana e in Turchia.

Molto importante per le sue conseguenze fu la conversione al giudaismo dei Khazari, un popolo nomade turcofono, imparentato con gli unni, che proveniva dall’Altai e si stabilì, nel IV secolo, nelle steppe del basso Volga. I Khazari, che accettavano di buon grado anche il cristianesimo, costruirono un potente stato giudaico, alleato di Bisanzio nelle lotte all’Impero Romano d’Oriente contro i Persiani Sassanidi. Questo dimenticato impero medievale occupava un’area enorme, dal Volga alla Crimea e dal Don all’attuale Uzbekistan. Scomparve dalla storia nel secolo tredicesimo, quando i Mongoli invasero l’Europa distruggendo tutto al loro passaggio. Migliaia di Khazari, fuggendo dalle Orde del condottiero Batu Khan, si dispersero per l’Europa Orientale. Grandi storici medievalisti francesi come Ernest Renan e Marc Bloch e lo scrittore ungaro-inglese Arthur Koestler identificano nei khazari gli antenati degli askenaziti le cui comunità in Polonia, in Russia e in Romania hanno svolto un ruolo cruciale nella colonizzazione giudaica della Palestina.

Gli ebrei sono il frutto di una catena di incroci. Chi attribuisce loro identità e cultura proprie, nonché fedeltà a una tradizione religiosa radicata, falsifica la Storia.

Anche la poesia è servita alla revisione post-sionista, ricoprendo un ruolo prodromico fondamentale per giungere a una forma di comprensione reciproca e di pacificazione in quella terra divisa e martoriata.”Un soldato sogna gigli bianchi” e’ una poesia di uno dei cantori della Resistenza palestinese, Mahmoud Darwish, scritta dopo la guerra dei sei giorni del 1967, quando in 130 ore di guerra, Israele sconfisse Egitto, Giordania e Siria e conquistò la Cisgiordania, Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan, triplicando il proprio territorio.
E’ una conversazione tra un soldato israeliano e l’oratore, il cui nome è appunto Mahmoud, raccontata in prima persona attraverso citazioni e discorsi riportati. Circa metà della poesia è composta dal discorso del soldato israeliano: 59 dei 118 versi ispirati, tradotti in ebraico e dedicati all’amico di vecchia data Shlomo Sand durante una visita di Darwish a Sand da Haifa a Tel Aviv:

 

Un soldato sogna di bianchi gigli

Egli sogna, mi ha detto, bianchi gigli
sopra un ramo di ulivo
dentro il cuore di fronde della notte.
Sogna, dice, un uccello,
un germoglio di limone.
Al suo sogno però non sà dar senso

perchè capisce solo

ciò che sente al contatto e all’olfatto.

Capisce, mi dice, che la patria
è il caffè preparato da sua madre
che la patria è il ritorno nella sera.
E la terra?” Gli ho chiesto.
La terra’, dice lui, non la conosco,
non credo sia, come dicono le poesie,
la mia vera pelle, il vero battito del mio cuore.
Forse sì , all’improvviso, una volta l’ho vista:

una strada, i giornali, una bottega.

Gli ho chiesto ma tu l’ami?
Mi ha risposto: L’amore
è una breve fuga,
un bicchiere di vino, un’avventura.
Per la terra moriresti?
Mi ha detto di no
L’unico legame che mi lega a questa terra
è un articolo infuocato, un discorso bruciante.
Mi hanno insegnato ad innamorarmi
dell’amore per la mia terra
però il suo cuore,
il suo cuore non è il mio.
Non sento in lei crescere l’erba,
non ne percepisco le radici,
non conosco la sua fioritura.
Ma dunque come è stato questo amore?
Un amore pungente come il sole, fitto di nostalgia?
Mi ha risposto: Un amore
fatto con il fucile
un ritorno di feste da antiche rovine,
un silenzio di immagine sbiadita
svuotata dal tempo che non più lei.
Mi ha parlato poi del momento dell’addio,
di sua madre che piangeva in silenzio
mentre andava via
in qualche posto al fronte.
E di come la voce angosciata di sua madre
scavava sotto la sua pelle un sogno nuovo:
Oh! Se nascessero colombe al Ministero della Difesa!
Oh! Se succedesse!
Fumò un poco, poi disse
come fuggendo da un pantano di sangue:
Io sogno bianchi gigli,
un ramo di ulivo,
un uccello che abbracci il mattino
su di un ramo fiorito di limone.
E cosa hai visto?
Ho visto quello che ho fatto,
bossi rossi esplosi nella sabbia,
nei petti e nei ventri.
Quanti ne hai uccisi? Ho chiesto.
E’ difficile contarli:
ma ecco qui una medaglia.
Gli ho chiesto allora di dirmi
di qualcuno che ha ucciso.
Si sistemò a sedere
e giocherellò con un giornale sgualcito,
mi parlò come se cantasse:
come una tenda che collassa sulle pietre
in un abbraccio di stelle in frantumi,
una corona di sangue sulla fronte
nessuna medaglia sul petto
perché non era un soldato,
forse un contadino, forse un operaio
o forse un venditore
un venditore ambulante.
Come una tenda è caduto sulla terra ed è morto.
Le sue braccia tese, due aridi ruscelli,
e mentre gli cercavo dentro la tasca il nome,
ho trovato due fotografie:
una della moglie e l’altra delle sua piccola figlia.
Eri triste? gli ho chiesto.
Zittendomi mi ha detto
Mahmud, amico mio, la tristezza è un uccello bianco
che non vola sui campi di battaglia
e per i soldati è peccato soffrire:
laggiù sputavo fuoco,
seminavo rovina,
laggiù ero uno strumento
che voleva fare del mondo un uccello nero.
Dopo, mi ha parlato del suo primo amore,
di una strada lontana,
della sua reazione alla guerra,
dell’eroismo rilanciato dalle radio e dalla stampa.
E quando ha nascosto nel fazzoletto la sua tosse gli ho chiesto
ci incontreremo?
In città lontane, mi rispose.
Quando gli ho versato il quarto bicchiere
gli ho chiesto: Se vai via, che ne sarà della tua terra?
Lasciamo stare, mi ha risposto
Io, sogno bianchi gigli
di una strada di canto,
e una casa di luce,
e voglio un cuore buono
che non sia pieno di fucili,
e un giorno intero di sole,
e non un un attimo folle
d’una vittoria fascista.
Voglio un bimbo che all’alba sorrida
non un pezzo di ferro di questi strumenti di guerra.
Son venuto per vivere il sole che sorge,
non quello che tramonta.
Non ho voglia di morire
di combattere donne e bambini
facendo guardia alle vigne
custodendo i pozzi
per i ricchi del petrolio.
Mi ha salutato perché
cercava i bianchi gigli
e un uccello che va incontro al mattino
su di un ramo di ulivo
perché riusciva a capire le cose
solo come chi le tocca e le annusa.
Capiva solo che la patria
è il sapore del caffè
preparato da sua madre,
e un ritorno sicuro la sera.

Mahmoud Darwish

Franco Ferioli

Franco Ferioli

Ha preso parte a progetti promossi da agenzie umanitarie, Ministeri, ONG e organizzazioni di volontariato in svariati contesti internazionali, tra cui Israele, Autorità Nazionale Palestinese, Libano, Siria, Giordania, Egitto, Algeria, Tunisia, Repubblica Araba Saharawi Democratica, Etiopia, Pakistan, Afghanistan, Vietnam, Cuba, Nicaragua, Guatemala, Colombia, Cile e Brasile in attività inerenti la cultura della pace, il diritto all'acqua, lo sviluppo equo e sostenibile, il Superamento di conflitti ed emergenze umanitarie, la condizione dei popoli esuli e delle comunità di profughi e rifugiati, il diritto all'autodeterminazione dei popoli indigeni, la tutela e i diritti dei minori, delle donne e delle minoranze più vulnerabili, la salvaguardia e il monitoraggio ambientale.
Volontario a progetti di cooperazione allo sviluppo promossi da agenzie umanitarie internazionali e Ong italiane all’interno della Striscia di Gaza e nei campi profughi Saharawi, ha operato nel contempo in qualità di giornalista indipendente e videomaker alla realizzazione di articoli e reportage pubblicati e trasmessi da quotidiani e network televisivi nazionali e internazionali.

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