Nel 1965, quando venne inaugurato nel Giardino del Museo di Israele, a Gerusalemme, sul viale Ruppin, vicino alla sede del Parlamento, lo si chiamò Centro Samuel e Jean H.Gottesman per i manoscritti biblici, ma a partire dal 2001, quando cioè vi furono trasferiti i Manoscritti del Mar Morto, è meglio conosciuto come il Santuario del Libro.
Struttura e architettura del santuario
Affascinante esempio di architettura moderna, fortemente simbolica, è costituito da un edificio circolare di basalto nero su cui poggia un’ampia cupola bianca che ingrandisce fedelmente la forma dei coperchi delle antiche giare contenenti i rotoli dei manoscritti ritrovati nelle grotte di Qumran.
Se si raggiunge il suo interno, sotto quel coperchio dai corrugamenti concentrici, come se fosse stato modellato dalle dita di un gigante, si riceve l’impressione, voluta dagli architetti nordamericani Fredrick Kiesler e Armand Bartos, di addentrarsi dentro a una di quelle giare dove la parola scritta ha dimorato per migliaia di anni.
Quando poi, terminata quella che è una delle visite turistiche più frequentate di Gerusalemme, si esce e si rompe l’incantesimo, i giochi di rifrazione della luce prodotti dai getti d’acqua delle fontane che bagnano la sua candida superficie esterna, rendono il Shrine of the Book simile a un disco solare carico di energia.
La parte più importante della collezione qui esposta, di cui Israele entrò in possesso nel 1967 come bottino di guerra, era stata fino ad allora conservata nel Palestine Archeological Museum, conosciuto come Museo Rockefeller, ubicato nel settore est di Gerusalemme, in via Solimano, di fronte ai Bastioni della Città Vecchia nei pressi della porta di Erode, dove sin dalla fine degli anni Quaranta vennero man mano depositati tutti i ritrovamenti archeologici effettuati a Qumran e nelle sue vicinanze, che però vennero resi accessibili solo a gruppi ristretti di ricercatori e non al grande pubblico.
Il ritrovamento di quel tesoro, una biblioteca di 800 testi scritti tra il 250 a.C circa e il 68 d.C in aramaico, ebraico e greco, fu il risultato di una delle più appassionanti e incredibili avventure archeologiche della storia e una scoperta dal potenziale culturale enorme perché permise di ripercorrere, attraverso la lettura diretta della parola scritta, le linee del pensiero filosofico e religioso di società-chiave vissute all’origine della nostra era, capaci di influenzare la storia di tutto il genere umano fino ai nostri giorni attraverso concetti di sconcertante attualità.
“Certamente ogni nazione odia l’ingiustizia e in mezzo ad esse questa cammina; sicuramente dalla bocca di ogni popolo la verità è predicata, ma c’è lingua o idioma che la mantiene? Qual è il popolo che non abbia oppresso un altro? Dov’è la nazione che desidera essere trattata ingiustamente dal più forte e chi desidera vedere i suoi beni strappati con l’iniquità?” (cit. Libro dei Segreti).
Esseni e contemporaneità
Quando gli Esseni, gli aderenti alla setta giudaica che si ritirò a vivere a Qumran dove prosperò per quasi due secoli prima di venire soppressa dall’esercito romano, riflettevano su queste tematiche trascrivendole sui rotoli di pergamena, lo scenario storico era molto simile a quello attuale e il loro pensiero era innanzitutto il pensiero di chi era costretto a vivere dominato e sfruttato nella Judaea Capta – la Giudea soggiogata – di quei tempi.
All’inizio dell’era cristiana e nella storia dell’ebraismo questo è stato periodo effervescente, agitato da controversie e da visioni religiose, politiche e sociali molto contrastanti.
Nel Nuovo Testamento sono menzionati gli scribi, i farisei, i sadducei, i samaritani, gli erodiani, gli zeloti, i sicari, i discepoli di Giovanni Battista, e la Giudea abbondava di figure, gruppi e sette come gli Esseni, che ci hanno raccontato la vita così come veniva vissuta duemila anni fa e come possiamo vederla immutata anche noi, oggi, in Palestina/Israele: una sequenza di ingiustizie, violenze, tumulti, rivolte, ribellioni, conflitti e guerre.
Come loro anche altre sette, di fronte allo schiacciante peso della dominazione imperiale romana di quei tempi, si interrogarono su cosa significasse essere fedeli a Dio e ai suoi princìpi in una situazione come quella dell’ingiustizia imposta dalla dominazione religiosa, economica e militare.
Altre sette, come la loro, decisero di ritirarsi a vivere in totale isolamento nel deserto, lontano da tutto e da tutti, inserendosi in quel grande filone della spiritualità che identifica il deserto come luogo lontano dall’uomo ma vicino a dio e dove dunque la vita può fiorire e perpetrarsi secondo leggi e comandamenti sacri.
All’interno di questo ampio mosaico, gli Esseni vennero tradizionalmente ritenuti veggenti, in grado di prevedere il futuro,”essendo istruiti fin dalla fanciullezza nei sacri libri, nelle varie forme di purificazione e negli aforismi dei profeti”.
Ne diedero prova inconfutabile e leggendaria il giorno lontano in cui Erode, quando era ancora bambino, venne avvicinato da un adulto, Menachem l’Esseno, che gli conferì la profezia della sua vita:
“Tu sarai re e governerai felicemente…ma dimenticherai pietà e giustizia.”
Come effetto della loro svolta mistica e della rinuncia al mondo, gli Esseni iniziarono ad essere considerati prototipo dei santi, uomini tesi verso le più alte vette della perfezione, ispirati da una grande visione filosofica, teologica e religiosa e guidati da un sorprendente atteggiamento sia verso il mondo, che li rese famosi già ai loro tempi, sia verso il futuro, che li rese atti a primeggiare in quella che i filosofi antichi e Platone consideravano la più nobile delle arti: la profezia.
Essi ritenevano di appartenere all’ultima generazione di uomini sulla terra e che la fine dei giorni si stesse avvicinando; il medesimo timore nel quale vivono anche oggi molti di noi:
“Avverrà quando i grembi della giustizia verranno chiusi “…la malvagità sarà mandata in esilio dalla giustizia, così come la tenebra è cacciata dalla luce.
E come il fumo svanisce e non c’è più, così la malvagità svanirà per sempre e la giustizia sarà manifestata come il sole in mezzo al firmamento e chi si fa sostenitore dei misteri dell’ingiustizia non sarà più e la conoscenza colmerà l’universo e non vi sarà mai più la follia.”(cit. Libro dei Segreti).
Un forte desiderio di giustizia diede loro la forza di sopportare tormenti e sofferenze, di reagire, di rigenerarsi e di predisporsi alla salvezza eterna.
“Dio, negli arcani della sua intelligenza e nella sapienza della sua gloria, ha concesso un tempo determinato all’esistenza dell’ingiustizia: nel tempo stabilito egli la sterminerà per sempre. Allora la verità apparirà per sempre nel mondo che si era contaminato sulle vie dell’empietà sotto l’impero dell’ingiustizia.
Con la sua verità, Dio allora vaglierà tutte le azioni dell’uomo e monderà alcuni figli dell’uomo eliminando ogni spirito di ingiustizia dalle viscere della loro carne e purificandoli nello spirito santo da tutte le opere empie, aspergerà su di essi lo spirito di verità come acqua lustrale (a purificazione) da ogni abominio menzognero nel quale si erano contaminati a opera dello spirito impuro. Così ammaestrerà i giusti nella conoscenza dell’Altissimo e insegnerà la sapienza dei figli del cielo, la cui via è perfetta.
Poiché Dio li ha scelti per un patto eterno, sarà loro tutta la gloria di Adamo.
Non vi sarà più ingiustizia, ogni opera fallace diverrà una vergogna” (cit. Regola della Comunità).
Il fondatore della setta, quel Maestro di Giustizia di cui non conosciamo il nome, al quale “Dio ha dato il discernimento perché possa interpretare i segreti delle parole dei suoi servi, i profeti”, era un sacerdote definito “povero e bisognoso”, che la maggior parte degli studiosi identifica con il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, discendente della stirpe di Sadoq, che, in carica dal 159, fu usurpato del suo incarico nel 152 a.C.
La partenza del Maestro per l’esilio e gli echi della persecuzione religiosa emergono da una colonna del Rotolo degli Inni:
“Essi hanno sedotto il tuo popolo con parole ingannevoli, interpreti di menzogna, l’hanno fuorviato: si rovinarono per mancanza d’intelligenza, perché…le loro azioni sono follia, giacchè divennero spregevoli a sé stessi e poiché mi scacciarono dalla mia terra come un uccello dal suo nido.
Tutti i miei vicini e parenti furono allontanati da me, mi ritennero come uno strumento inetto.
Essi, interpreti d’inganno e veggenti di menzogna, hanno escogitato contro di me progetti di Belilal permutando la tua legge, che hai scritto nel mio cuore, con parole seduttrici per il tuo popolo: hanno trattenuto dagli assetati la bevanda della conoscenza, alla loro sete hanno fatto bere aceto…”.
Alcuni fedeli accompagnarono il Maestro alla cittadella fortificata di Sokoka, antico nome dell’odierna Qumran, dove morì forse nel 110 a.C. e in questo primo periodo, un passo del Commentario di Abacuc, riporta che durante una festa del Kippur (il giorno di “espiazione”) Il Sacerdote Empio, cioè l’usurpatore Gionata Maccabeo e i suoi alleati, assediarono Il Maestro di Giustizia e i suoi primi seguaci, senza tuttavia riuscire a colpirli.
Le grandi idee di fondo che il Maestro di Giustizia è riuscito a consegnare al mondo dopo la sua fuga fisica e spirituale da Gerusalemme sono due: la dottrina della predestinazione, il cui concetto base consiste nel ritenere che tutto fosse predeterminato da Dio e immodificabile da parte dell’uomo; e la fede nel dualismo, che distingue il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, lo spirito dalla materia, l’anima dal corpo.
Nel gruppo di rifugiati di Qumran emerse l’idea che l’uomo non può che vivere “nella sfera della colpa peccaminosa” poiché è, per sua stessa natura, fondamentalmente impuro e malvagio, ma l’uomo giusto, l’eletto, creato dal fango e che solo il soffio dello spirito lo anima donandogli la vita, può, attraverso lo spirito, elevarsi oltre l’impurità della materia:
“In una sorgente di luce sono le origini della verità e da una fonte di tenebra le origini dell’ingiustizia.
In mano al principe delle luci è l’impero su tutti i figli della giustizia: essi camminano sulle vie della luce.
E in mano all’angelo della tenebra è tutto l’impero sui figli dell’ingiustizia: essi camminano sulle vie della tenebra.
Dall’angelo della tenebra (derivano) le aberrazioni di tutti i figli della giustizia, tutti i loro peccati, le loro iniquità, la loro colpa, le loro azioni perverse sotto l’effetto del suo impero in conformità dei misteri di Dio fino al tempo da lui stabilito; tutti i loro flagelli e i periodi delle loro avversità sono sotto l’impero della sua ostilità; e tutti gli spiriti della sua sorte sono intenti a far incespicare i figli della luce.
Ma il Dio d’Israele e l’angelo della verità soccorrono tutti i figli della luce. (cit. Regola della guerra).
Predestinazione, dualismo, risposte e idee rivoluzionarie
Per mezzo della predestinazione della vita dell’uomo sulla terra, del dualismo che divide gli uomini in figli della luce e figli delle tenebre e dello spirito che eleva l’eletto dalla sua condizione materiale, gli Esseni non solo diedero risposte a sentimenti umani molto concreti e universalmente condivisi, ma svilupparono anche idee rivoluzionarie che misero in pratica organizzando quella che possiamo ritenere la prima società di tipo comunista di cui ci sia giunta notizia.
La Yahad (comunità) di Qumran – è così che la setta si autodenominava – si stabilì nella zona del Mar Morto vicino alle sorgenti di Ain Gedi e di Ain Freshkah e nelle rovine della fortezza di Sokoka, che riedificò e ripopolò.
Qumran è il nome arabo moderno di questo sito, ma si ritiene che il suo nome antico, precedente l’arrivo dei sacerdoti ebrei in fuga dal Tempio di Gerusalemme, oltre a Sokoka, sia stato Ir Hammelah, la Città del Sale, e che identificasse una delle cinque città della Pentopoli del Deserto menzionate nel Libro di Giosuè.
Sulle sponde del Mare di Sale, in questa Città del Sale, da alcuni ritenuta persino la mai identificata Gomorra, dimorarono per primi e a lungo i sacerdoti di un culto antichissimo che risale al tempo dei tempi, basato su un calendario non rivelato e consacrato alla primordiale divinità egizia di Ammone, considerato Dio Creatore dell’Universo.
Qui, in un contesto di isolamento simile a quello dei rifugiati politici o a quello dei monaci, gli adepti si dedicarono alla coltivazione di palmeti, alla produzione di miele di dattero, alla lavorazione della terra, all’artigianato e a una febbrile attività sociale, spirituale, intellettuale e…letteraria.
Molto è stato detto sui motivi che indussero gli Esseni a depositare nelle profondità delle grotte della falesia dello Uadi Qumran i propri scritti, ritenendole luoghi sicuri e invisibili, al riparo dai predatori e dal tempo.
Ad eccezione della storia dei popoli della Mesopotamia, degli Ittiti, dei Fenici e degli antichi Egizi, i cui documenti letterari sono giunti fino a noi su tavolette d’argilla o incise su pietra, mai si era avuta una scoperta così sensazionale e mai i semitisti si erano trovati di fronte a documenti appartenenti a un’epoca gravida di eventi di portata universale come la perdita dell’indipendenza nazionale del popolo ebraico da una parte e la nascita del cristianesimo dall’altra.
Secondo Plinio, essi erano considerati come un gruppo che aveva abbandonato le vanità di questo mondo, si era elevato sulle cose materiali, aveva conseguito una conoscenza mistica e aveva rinunciato ai lussi che erano una delle piaghe del mondo antico. Dione Crisostomo li definì “un’intera città di gente felice vicino al Mar Morto”; Filone scrisse che la loro vita era “perfetta e la più felice che ci sia”.
Il loro socialismo fu un fenomeno unico tra gli ebrei di quel tempo.
I membri della comunità, qualche migliaio di persone, accettavano la comunione dei beni e negavano la proprietà privata, dal momento che era loro convinzione che questo costume avesse caratterizzato l’umanità prima della corruzione e del degrado.
Per i Saggi, qualsiasi accumulo di ricchezza, qualsiasi figura di uomo ricco, è oggetto di sospetto e di disprezzo mentre il povero deve essere curato e aiutato, poichè l’indigenza è una condizione da correggere. Erano antimperialisti e antinazionalisti: espressero forti condanne dello sfruttamento del popolo anche da parte degli “ultimi sacerdoti di Gerusalemme” che “ammassano i beni delle nazioni”.
L’elezione democratica dei supervisori e ispettori, cui era demandata la gestione dei beni e l’amministrazione delle proprietà comuni, così come l’accettazione dei membri e la collocazione di ciascuno nel suo ruolo, era comunitaria e comunitario era il consumo quotidiano dei pasti, che avveniva in silenzio, con una sola portata e pane, dopo che era stato preparato dai sacerdoti come un vero e proprio atto sacrificale, preceduto e seguito da una preghiera.
Potevano scegliere liberamente di non sposarsi, ma se decidevano di farlo, “per essere fecondi e moltiplicarsi” il maschio doveva aver superato l’età di vent’anni, la coppia poteva vivere un tempo di fidanzamento fino a quando la donna rimaneva incinta, durante la gravidanza il marito doveva rispettare l’astinenza, ammettevano solo la monogamia e il divorzio era proibito.
Era vietata l’accettazione di doni senza il consenso dei superiori, erano chiamati volontari quelli che oggi si potrebbero definire candidati, i quali vivevano per un certo periodo all’interno della setta prima di essere poi accolti come membri effettivi.
Secondo i ritmi scanditi dal proprio ancestrale calendario, tenevano periodici raduni generali nel corso dei quali era proibito stare zitti, in quanto tutti dovevano pronunciarsi.
Scrittura e metodi di conservazione del sapere
Poi fecero ancora di più: pulirono le pelli dei montoni dai peli e dal grasso immergendole nelle acque salate del Mar Morto, le essiccarono per poterle lisciare con la pietra, conciare e tagliare in fogli di pergamena di diverso formato e vi scrissero sopra con l’inchiostro.
Scrissero tantissimo, quanto più poterono: prima sul recto della pagina, la parte cioè pulita dal pelo, per poi, giunti alla fine, continuare a scrivere anche sul verso, il lato della carne.
Raccolsero i fogli di pergamena, li cucirono con fili di lino, li arrotolarono fermandoli con stringhe, deposero i rotoli nelle giare e, come loro ultimo gesto, li nascosero nelle grotte, affidandoli alla custodia del tempo futuro, visto che il tempo presente stava per finire.
Ascetismo, organizzazione comunitaria, consapevolezza sociale: la setta, auto-isolandosi, sviluppò idee rivoluzionarie a tutto tondo: si trattava non solo del rifiuto di ciò che di peggio esiste al mondo, ma anche del desiderio della sua totale distruzione.
Il Manoscritto della Regola della Guerra è uno dei documenti più preziosi esposti nel fulcro del Santuario del Libro di Gerusalemme. Viene proposto al pubblico come “Rotolo della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre”, cioè con il titolo con cui è stato rinominato subito dopo che la data, il luogo e i protagonisti del suo riconoscimento, avevano dato il via alla caccia al tesoro di Qumran e all’epopea della scoperta archeologica del secolo con i Rotoli del Mar Morto.
E’ sorprendente nella forma, nel contenuto e nella forma data al contenuto: un documento di quasi tre metri di lunghezza, costituito da cinque fogli in pelle cuciti insieme verso la fine del II secolo a.C., scritto come un racconto utopico e immaginario a carattere messianico per descrivere la guerra finale che avverrà alla fine dell’era terrestre dell’umanità.
Ricchissimo di dettagli di argomento militare sulle strategie e sugli armamenti (fionde, lance, giavellotti, spade, arpioni, scudi), unità militari (fanteria leggera, pesante e cavalleria) e nondimeno di una lista di preghiere adeguate da pronunciare in ogni situazione bellica, (vigilia della battaglia, basso morale delle truppe, vittorie, sconfitte), lo potremmo definire il primo poema a noi pervenuto basato sul tema della guerra santa, e sul concetto dualista delle forze del bene che combattono e vincono contro quelle del male.
Contraddizioni e domande aperte
Alla fine di una guerra protrattasi per quarant’anni, dopo sei battaglie concluse in pari alternanza di vittorie e sconfitte, I Figli della Luce ottengono il risolutivo aiuto di Dio e conseguono la vittoria finale su tutti i loro tenebrosi nemici: gli empi sacerdoti, l’impero romano, le nazioni pagane.
A partire dall’alba di quel giorno in cui scrissero di averli visti giacere a terra tutti morti e insepolti nei loro accampamenti dopo l’intervento diretto di Dio e dei suoi angeli, questa immagine è rimasta qualcosa di rivoluzionario che non ha mai più smesso di apparire agli occhi della storia umana e continua a porci di fronte alla formulazione di un duplice dubbio: come poteva una pacifica setta di proto-monaci quasi santi, incapace di arrecar danno ad alcuno, mirare ad ergersi non solo sull’intera terra di Israele ma anche sul mondo intero?
Fino a che punto può risultare lecito convincersi che nel darci quell’immagine volessero annunciare, per primi e per sempre, non un lieto fine, ma la fine logica, inevitabile, auspicabile, – impossibile da non prevedere e da non profetizzare – di ogni sistema di vita corrotto, violento, lontano e contrario alla giustizia umana e divina?







