Il libro che oggi recensisco è il secondo del premio Vero, il premio del Post per i libri che cercano di spiegare le cose. Questo secondo libro per me sarebbe da inserire tra le letture obbligatorie nelle scuole, dovrebbero esserne letti brani nelle biblioteche, dovrebbe essere al centro di un dibattito pubblico, invece come sempre nulla…
Il libro è un’autobiografia di un ragazzo condannato a 30 anni di prigione perché sospettato di essere nell’equipaggio di una barca che dalla Libia partì nel 2015 con il suo carico di disperati, purtroppo 49 persone non riuscirono a sopravvivere.
La forza di queste righe pone già un problema: leggiamo il libro di un condannato in via definitiva per uno dei più terribili reati? Arricchiremo un delinquente? È un libro da sinistroidi? Cambierò idea? Ha senso leggerlo se so già che il mio pensiero ne verrà scalfito? Non ho risposte a questo, ho però una serie di osservazioni sulla forza del testo per cui ne consiglio la lettura:
1. il testo è molto realistico, scritto in un italiano frutto della scuola tardiva, di un’educazione ricevuta in carcere, con parole non sempre corrette, verbi non sempre coniugati, ma non per questo sgradevole da leggere.
2. la prima cosa che mi rimane in mente è che lui più volte ripete che la Libia è un paese ricco, che lui è partito solo perché la guerra civile che seguì la caduta di Gheddafi aveva azzerato le possibilità di fare una vita normale… Lo ripete molte volte, paragonando la Libia ad altri paesi africani, aiutandoci a capire che questo continente non è tutto uguale e l’arrivo di persone non è motivato dalle stesse ragioni e che soprattutto anche la disperazione ha i suoi gradi di gravità.
3. Nonostante leggendo si capisca che ci sono stati numerosi problemi procedurali in questo caso, probabilmente più valutato per dare risposte all’opinione pubblica, piuttosto che giustizia vera (49 persone non potevano essere morte per mano di persone che lo Stato non sarebbe riuscito a rintracciare), l’autore non lascia ma passare un messaggio di rancore verso la malagiustizia (eventuale), piuttosto una continua ricerca di obiettivi nuovi per superare il proprio stato.
4. L’umanità. Questo testo non può lasciare insensibili, la parte umana, il rapporto con i suoi genitori e fratelli, i rapporti con le persone che incontra nel suo percorso in carcere, la soddisfazione nel raggiungere piccoli e grandi obiettivi seppur in un luogo così complicato come un carcere.
Cosa dire. Lascio alla coscienza di ciascuno le valutazioni opportune, mi sento solo di raccomandare questo libro per assaporare un testo che tocca l’anima, trovando una persona che per molti versi è di ispirazione… se ovviamente si crede alla sua storia… Non si può dare un voto a questo testo perché sarebbe come giudicare l’amore…
La storia ha avuto l’anno scorso una evolzione che lascio a tutti a questo link per completezza di informazioni (leggi qui)








