L’Ellìade, ovvero la vita epica di un batterista: Ellade Bandini

by Silvia Bottoni | 24 Mag 2026 | Interviste

Titolo:

L'Ellìade. Vita epica di un batterista

Autore:

Ellade Bandini

Nato nel 1946 a Ferrara, Ellade Bandini è un mago della batteria, strumento cui dedica la propria vita e un’appassionata dichiarazione d’amore in questo libro, che ha presentato alla libreria Libraccio di Ferrara in questo mese di maggio. Una carriera variopinta – dalle sale da ballo al gruppo beat Avengers, da Vince Tempera e Ares Tavolazzi sino a Francesco Guccini, con cui suona insieme al gruppo The Pleasure Machine, di cui è co-fondatore – e un inesauribile entusiasmo per la sua attività, è stato un vero piacere poter scambiare con lui qualche pensiero che riassume la propria filosofia di vita e di musica…

 

Ellade Bandini durante la presentazione del libro

 

Se lavoro e passione coincidono…

 

S. Ellade, come è nata l’idea di scrivere L’Ellìade? Cosa ti ha spinto a raccontare la tua storia?
E. A dire il vero non era mia intenzione fare una mia autobiografia, ma fu durante il periodo pre covid seguito poi dai periodi di isolamento che riflettendo sui miei settantacinque anni ho capito quanto fossero stati  vissuti in modo molto fortunato: niente guerre, alluvioni o catastrofi del genere, pensa che il giorno del terremoto ero a Piacenza e l’ho saputo dal telegiornale. L’aggravarsi dell’epidemia mi ha fatto pensare alle meraviglie della vita, dai sogni che fino a quei terribili giorni di dolori e di paura continuavano ad avverarsi nonostante l’età e che la parola “virus” come una spugna aveva cancellato in un lampo tutte le nostre sicurezze. Durante quei giorni di solitudine ricordare i momenti di quella vita che era stata mi metteva tranquillità e mi ridava speranza… ho scritto per non dimenticare!

 

S. Il libro è un mix di memorie, aneddoti e riflessioni sulla musica. Come hai scelto di strutturare il racconto?
E. Beh, non sono uno scrittore, se lo fossi avrei preso i vari momenti e c’avrei imbastito su di ognuno una storia, diciamo che l’ho pensato più come un diario.

S.La tua scrittura è caratterizzata da un tono ironico e malinconico allo stesso tempo. È un riflesso della tua personalità o un modo di raccontare la tua storia?
E. Zodiacalmente sono Cancro; le caratteristiche di questo segno credo che mi rappresentino quasi totalmente, ho una buona memoria e sono legato al passato, mi piace stare con la gente ma allo stesso tempo penso alla solitudine come un rifugio, un’amica fedele che non racconterà mai le paure, le insicurezze e le emozioni per le quali spesso mi sento in imbarazzo. Sono volubile, non ho idee fisse e mi piace improvvisare, credo di essere proprio così…

 

S. Hai collaborato, nel corso degli anni, con alcuni dei più grandi artisti italiani. Qual è stato il momento più emozionante della tua carriera?
E. Sono tanti gli incontri che ricordo come “il più emozionante”: dipende dal momento e dallo stato d’animo nel quale mi trovo al momento.
Molti di loro erano miei idoli quando ero un ragazzino e alcuni lo sono ancora oggi. La prima volta che vidi Mina entrare in studio durante la registrazione L’importante è finire; quando mi capitò di pranzare con Adriano Celentano e Ornella Muti; quando Fabrizio De Andrè si presentò nell’Hotel sulla Costa Amalfitana dove ero a letto da giorni con una forte influenza con una cassa di arance chiedendomi se doveva annullare le date fino alla mia guarigione, o quando Enzo Iannacci mi appoggiò una mano sulla spalle dicendomi: “Sei un artista Ellade”.
E che dire di tutte le volte che Guccini, De Andrè, Conte o Branduardi ti presentano al pubblico?
Come vedi alla fine non riesci a pensare ad un solo momento, anche la volta che ho avuto una discussione con Battisti è stato emozionante.

 

Dialogo con il pubblico durante la presentazione

 

S. Come batterista, hai sempre mantenuto un profilo basso nonostante la tua notorietà. È stata una scelta consapevole o è semplicemente il tuo modo di lavorare?
E. Come afferma il grande Ringo Starr, non credo che le persone comprino un prodotto di musica pop o di un cantautore perché all’interno del brano c’è un chitarrista o un batterista che suona bene, ma per altri motivi. Lo si acquista soprattutto perchè c’è una persona che canta un brano che piace, oppure un’orchestra che esegue una colonna sonora magari di Ennio Morricone: sono in pochissimi che si informano sui musicisti. Ogni strumento ha un proprio ruolo e per quel che mi riguarda ritengo che quello della batteria sia quello di accompagnare i brani, in poche parole lo ritengo uno strumento gregario al quale, paragonandolo ai ciclisti, alle volte viene concesso  di vincere una tappa. La batteria è uno strumento meraviglioso se usato bene, in caso contrario è solo rumore, quindi è meglio restare con i piedi per terra.

 

S. Qual è stato il tuo approccio alla musica negli anni Sessanta e Settanta, periodo di grande cambiamento nella musica italiana?
E. Io ho iniziato ad ascoltare musica, con attenzione, fin da molto giovane. Avevo un buon orecchio ritmico ed ero affascinato da qualsiasi genere musicale che prima la radio e poi la televisione trasmettevano. Canzoni melodiche di Luciano Taioli, Gino Latilla alternati a brani swing di Natalino Otto o Rabagliati, mi entusiasmava quest’ultimo tipo di pulsazione ritmica. Verso i sette/otto anni accadde quel fenomeno che cambiò non solo la musica, nacque una nuova generazione: i “teenagers”, che trasformarono a colori un mondo da tempo in bianco e nero. Si chiamavano Elvis, Little Richard, Neil Sedaka, Jerry Lee Lewis, e molti altri ancora; In territorio italiano impossibile non citare Mina, allora Baby Gate, Clem Sacco, Celentano, Little Tony, Jenny Luna.
Tutto questo cambiamento lo sentivi nei juke box e lo ballavi nelle sale da ballo e insieme a Giordano Tunioli, Andrea Mascellani, Renzo Pincin, Roberto Zamboni e Ares Tavolazzi, io c’ero.
Poi un nuovo cambiamento: dall’Inghilterra arrivano i Beatles, gli Stones, The Who, The Animals e anche allora con Ares, Renzo e Enrici Hartwig, io c’ero.
La musica continuava ad evolversi continuamente, bianca e nera, perché anche nella Musica non esistono colori, razze e confini: Hendrix, Led Zeppelin, Otis Redding, Aretha Franklin, James Brown… che trentennio meraviglioso furono gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta. Fino a metà degli anni Ottanta il sistema funzionò a meraviglia, e poi ahimè!… “Il progresso”, inteso come progresso che piano piano ci ha portati a un piattume artistico oramai sdoganato.

 

S. Quali sono stati i tuoi musicisti e artisti preferiti durante la tua carriera?
E. Sono tantissimi, sicuramente tutti quelli che citato prima. I miei gusti sono molto tradizionali: adoro Louis Armstrong, Nat King Cole, Frank Sinatra, Billie Holiday; sono tra i miei cantanti preferiti che ascolto sempre come fosse la prima volta; amo le big band di Duke Ellington e Count Basie e ritengo i migliori intrattenitori artistici del secolo scorso Caterina Valente e Sammy Davis Jr. I batteristi per una ragione o per l’altra li amo tutti, però ritengo inarrivabile il grande Buddy Rich e unico Steve Gadd.

 

Musica e impegno sociale

 

S. Qual è il tuo disco preferito tra quelli a cui hai partecipato?
E. È un disco che purtroppo non ha avuto ciò che meritava, Terra in bocca (quando I Giganti sfidarono la mafia) dei Giganti: proprio quelli di Tema, Una ragazza in due, ma anche di Proposta, Mettete dei fiori nei vostri cannoni. I Giganti erano un gruppo impegnato nel sociale e Terra in bocca fu un lavoro molto intenso e coraggioso. È un LP del 1970, un’accusa cantata con parole che non perdonano; e se penso a come vanno oggi nel mondo mi sento veramente incazzato.

Che ad ogni ora passa con l’acqua, quella da bere.
La vende a 10 lire al bicchiere.
Chi non ha soldi non la può bere.

 

S. Cosa significa per te la musica? È un modo di esprimere emozioni o qualcosa di più?
E. La Musica è la mia passione, è quella cosa che mi fa ripetere la frase “non ho mai lavorato ma sempre solo suonato”. Nonostante i miei prossimi ottant’anni non riesco pensare a come sarebbero le giornate senza poterla praticare.

 

S. Come pensi che la musica possa influenzare la società e la cultura?
E. La Musica è cultura che insieme a molte altre cose potrebbe portare a risoluzioni senza ricorrere a follie come è follia il solo pensare a guerre per portare pace e benessere, ce ne fosse stata una nella storia! E questo io lo so, tu lo sai e tantissimi altri lo sanno, lo sanno anche quelli che cercano di ostacolare ogni forma culturale con ogni mezzo, ma quelli sono diversi, non sono come noi.

 

S. Quale è il tuo consiglio per i giovani musicisti che vogliono intraprendere questa carriera?
E. Questa è una domanda che mi mette in difficoltà. Consiglierei loro di guardare umilmente indietro nel tempo e conoscere i motivi che ci hanno permesso di vivere con dignità i nostri sogni, e le risposte non sono solamente musicali ma attraversano l’intera società. Negli anni Sessanta i musicisti si schierarono fortemente contro la guerra in Vietnam, poi molti parteciparono al movimento contro il nucleare e registrarono un disco doppio (No nukes); si fecero grandi concerti a favore del Bangladesh continuamente martoriato da piogge torrenziali e alluvioni; vennero messi in piedi e portati avanti il “Live Aid” e “USA for Africa”, sempre con i musicisti in prima linea e in un’ottica apolitica. La Musica è una potentissima arma pacifica, e mi scuso per l’apparente ossimoro. Non basta suonare solo bene: è importante suonare la cosa giusta. C’è sempre una motivazione nelle cose che facciamo e se è solo personale, allora… è scheda nulla!

 

Dedica sulla prima pagina del libro L’Ellìade

Silvia Bottoni

Silvia Bottoni

Coreografa di giorno, lettrice appassionata di gialli e noir di notte. Quando non è impegnata a creare coreografie s’immerge nel mondo dei gialli, in cui spesso trova ispirazione anche per le sue creazioni. Come lettrice appassionata ama scoprire nuovi autori e titoli, e condivide le sue scoperte attraverso recensioni veraci e sincere sui social.
Scrive recensioni per diletto e per la soddisfazione personale di rimanere nelle storie che l’hanno coinvolta. Ama scoprire nuovi talenti letterari e ritrovare personaggi a lei cari di autori più noti. Le storie non terminano mai alla chiusura del libro ma vivono nel quotidiano attraverso pensieri e scambi con altre lettrici, perché è sempre difficile separarsi da mondi così coinvolgenti che
diventano affetti.
Per Penna Cenerina scriverà della propria biblioteca ideale: una vera selezione personale di libri che le sono cari e vuole condividere con altri in modo intimo e personale.

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